Presentiamo la sintesi dell’intervento che ha visto come protagonista sabato 8 maggio Emerico Labarile sulla strada “Corpo che sono e corpo che ho”, con il titolo “Il linguaggio del corpo come elaboratore di sensazioni ed emozioni”, prima delle tre parti che andranno a costituire il complessivo contributo del Relatore a Inventori di strade (i due successivi appuntamenti alla ripresa autunnale).
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L’essenza totale dell’uomo è racchiusa nel contesto “uomo”: mente e corpo. “Io sono il corpo”.
Nelle parole di Gn 2,25 vediamo che l’anima – alito divino – dà alla materia del corpo l’essenza di ciò che poi noi siamo come bisogni fisiologici, come risposta sensoriale, emozionale, affettiva, come espressione di un’etica, di una morale, d’una spiritualità.
Il corpo – corpo-mente, nostra carta di identità – è un elaboratore di informazioni e attraverso i suoi “sensori” visivi, uditivi, tattili, gustativi, olfattivi, il mondo entra in noi. Il nostro cervello è un sistema dinamico che mette in moto un meccanismo di valutazione di queste informazioni, fornendo al corpo la possibilità di reagire con le sue caratteristiche fisiologiche, così che si determina una sensazione. Poi questa sensazione sale verso la parte superiore del cervello e assume particolari colori per diventare emozione, fino a che tutto questo si fa consapevole in termini di valore e di significato per poi sviluppare l’espressione del comportamento, cioè l’azione.
Il nostro cervello è diviso in due emisferi che interagiscono per la realizzazione di un progetto unico. Il destro è la parte “in ombra”, il sinistro è la parte “in luce”: parte inconscia, emotiva-affettiva, e parte razionale. Nella parte destra ho percezioni indistinte, mentre girando verso la parte sinistra comincio a distinguere i singoli elementi che dall’oscurità affiorano alla luce.
Il rapporto tra il bimbo e la madre durante la gravidanza: man mano la madre prende contatto e confidenza con il futuro neonato. Questa relazione prima della nascita è presupposto di quella che comincerà dopo, quindi è molto importante, importantissima, mentre oggi la relazione madre-bambino è molto confusa per una insufficiente capacità di ascolto, per una involontaria distrazione sul piano della comunicazione. Nella misura in cui il neonato stabilisce una relazione con chi si prende cura di lui e quindi un rapporto materiale dal punto di vista del supporto biologico, comincia ad avere vita autonoma ma avverte anche di dipendere da un altro, e ciò costituisce la prima angoscia esistenziale dell’uomo. Con la madre il bambino comincia a stabilire quello che è “rapporto di amorosi sensi”: sensorialità, meccanismo gestuale, risposta mimica, emozionale comportamentale, espressiva, in aspettative reciproche. Dopo i primi sei mesi il bimbo comincia a rendersi conto che la madre può dargli delle difficoltà sul piano relazionale e a vivere allora un senso di frustrazione, per cui mentre prima si isolava organizzando “automaticamente” i propri livelli difensivi, ora assume una “chiusura” nei confronti di questa realtà.
Il rapporto della madre con il bambino è gestuale, il primo “linguaggio” è gestuale. Pian piano questo si lega a quella che sarà la parola, che va a valorizzare il gesto, dandogli senso e significato, per cui il gesto e la parola diventano un tutt’uno. Mentre nel rapporto verbale noi possiamo camuffare, modificare e filtrare concetti, il gesto sfugge alle regole del controllo, poiché è un fatto istintivo che contempla risposte sensoriali, emozionali, profonde, acquisite e quindi non soggette a censura. Nella misura in cui parliamo siamo attenti a pensare quello che stiamo per dire e per fare. Nel gesto lo facciamo, magari un gesto inconsulto, però è fatto.
Alla base del linguaggio non verbale e poi verbale ci sono quei neuroni “specchio” del nostro sistema nervoso che hanno la capacità di recepire, di fotografare tutto ciò che noi vediamo, osserviamo, sentiamo, collocandoli nella struttura mnemonica in cui hanno sede. Quando viviamo all’esterno quella realtà da noi recepita, la riconosciamo. Se io faccio l’elemosina a un medicante, è come se la facessi a me stesso, perché ho già recepito il senso dei valori che mi ispirano ad agire e io “mi specchio” nell’altro, in tutti i sensi: gestuale, emozionale, espressivo, comportamentale. I neuroni “specchio” sono alla base della capacità di valorizzare l’incontro con l’altro, dandogli un senso di “familiarità”. Questa capacità si ha solo se c’è un corpo che determina dentro di sé una risposta fisiologica allo stimolo, la realizza all’interno sotto forma di sensazione, la colora di una particolare emozione, ne prende coscienza dandole valore: nel riconoscimento le basi per avvertire e conoscere quanto sta succedendo nel rapporto relazionale.
Alcuni esempi tratti dall’antica letteratura greca. L’incontro nell’Ade di Odisseo con la madre (XI libro dell’Odissea), esempio di rapporto, di incontro senza il corpo, che porta a un senso di delusione. Le sensazioni ed emozioni che possiamo cogliere nell’incontro ci danno questo senso di disillusione e di illusione nello stesso tempo, così che dentro di noi si crea uno stato emozionale che ognuno di noi vive in maniera specifica, poiché ognuno di noi è un’entità esclusiva irripetibile, ognuno con un proprio software, cioè con un programma cerebrale, con una capacità di elaborare i dati, che gli consente di affacciarsi alla realtà dell’altro e contemplarlo in autonomia e indipendenza.
Il concetto di familiarità consiste nel fatto che nella relazione di tipo sensoriale, emozionale, di conoscenza c’è un feeling, un qualcosa in più che lega, che rende l’altro familiare, come se ci fosse qualcosa di mio che l’altro può condividere con me. Nell’Elettra di Sofocle, Oreste va a ritrovare la sorella che non rivedeva da anni e la riconosce subito mentre lei fatica ma a un certo punto attraverso i discorsi, spunti di vita comuni riesce a vedere in questo altro il fratello: la relazione qui è incontro attraverso una sofferenza condivisa.
Nell’Oreste di Euripide, il matricida arriva ad Argo dove a un certo punto lo attende un verdetto di morte. Oreste cade in uno stato di smarrimento, di ansia, di paura, un’angoscia esistenziale, particolare. Passata questa fase ritorna in sé ed è “come puledro cui viene tolto il giogo”: troviamo il corpo, le sensazioni, le emozioni, gli stati d’animo, il senso del valore e quindi di un’etica ma anche di una religione.
Infine Guerra e pace di Tolstoj, quando Pierre finita la guerra torna a casa e riconosce la sua Natascia attraverso episodi, momenti in cui la ragazza dice qualcosa. Pierre comincia ad avvertire come una vertigine interiore, un ripristino di una valutazione nella memoria di qualcosa che emerge, come se ci fosse una trasfigurazione, una riedizione del volto di Natascia: questa è familiarità.
La gioia: la esprimo in maniera diversa. La risposta interiore alla stessa gioia come elemento di significato assume forme comportamentali diverse, con diverso investimento affettivo, il rapporto relazionale affettivo è diversificato in rapporto all’oggetto di investimento: la qualità di un sentire, la diversità con cui colgo il senso del valore da cui io posso decidere il mio comportamento.
Nella relazione è fondamentale il rapporto in cui ognuno possa avere la possibilità di sentire, ascoltare dentro di sé la risonanza di stimoli, sensazioni, emozioni che elabora sulla base di una precisa struttura genetica, apporto culturale, educativo. Solo nella personalizzazione di questi dati posso stabilire un rapporto di diversità con l’altro, con cui posso collaborare, stabilire momenti di armonia, insieme mettere punti in comune per la realizzazione di un progetto. Molto spesso i giovani – i fidanzati – non si conoscono. Dobbiamo cominciare a capire che dobbiamo avere dentro di noi una definizione: il corpo vissuto – “io sono il corpo” – rispetto al corpo esibito – “io ho il corpo”. Così stabilire con l’altro un dialogo, una comunicazione giusta, un’armonia esatta, dove ognuno – sempre nel rispetto delle dovute regole, principi – è in interazione reciproca, monitoraggio continuo.
Il corpo è sempre protagonista di tutto questo. Assume significato diverso con l’età: dall’“essere” corpo arriviamo all’età dell’anziano che “ha” il corpo, che non risponde più, che spegne gli ideali, la capacità di socializzare. Ecco l’importanza del senso della morale, soprattutto della spiritualità del corpo. Tra i sentimenti più significativi: il pudore e la vergogna, perché nella misura in cui sono esasperate entriamo nel disturbo di “anoressia” mentale. Il disturbo del nascondimento del corpo, del rifiuto del corpo, dell’esibire il corpo, del rivelarlo in quella realtà che si cerca di custodire in maniera soggettiva. Le cose che posso esprimere agli altri non posso esprimerle completamente ma devono avere quel senso di pudore, di limite, per conservare quella soggettività protettiva, senza evidenziarmi troppo perché quello che ho dentro di me mi permette di conservare la mia sicurezza (l’Afrodite del British Museum di Londra). La vergogna è invece un combattimento, un conflitto fra due sensazioni profonde: la modestia/umiltà nel sentirmi inferiore alle situazioni che sto vivendo, e per contro-altare il senso della rabbia/orgoglio del voler superare i momenti che non mi permettono di realizzarmi in una certa maniera. Il contrasto può portare nei casi-limite fino a una condizione di resa.
Per concludere una cosa un po’ “strappalacrime”: un mix tra l’aspetto religioso, l’aspetto sensoriale, emozionale, affettivo e il premio che ci viene concesso dalla sofferenza, dalla difficoltà. Due episodi da I promessi sposi di Manzoni. All’XI capitolo, la notte dell’Innominato: preso da uno stato di agitazione interiore alla vista di Lucia, situazione profonda di revisione del sé in cui lui si vedeva – funzionano i neuroni “specchio” – “come un cavallo che diventa restio per un’ombra”, e non osa andare oltre, non riesce a trattenere la parte di sé che prima ha sempre diretto e “cede” a Lui, all’Altra parte, e quindi la capacità di andare avanti: la conversione. All’VIII capitolo, la morte di Cecilia: la mamma sente il campanello dei monatti e scende e chiede il rispetto della morte. La sacralità, l’inizio di un’esperienza nuova nell’abito bianco, dimensione della gioia: “Dio non toglie mai la gioia ai suoi figli se non per dare a loro una più certa e più grande”.
Ecco la sintesi dell’incontro di Inventori di strade tenuto con Francesco Zappettini lo scorso 22 aprile. Incontro animato, effervescente a tratti, per la continua interazione del numeroso pubblico sollecitato dal Relatore quasi a costruire ex-novo sul tema “Educare e crescere: una sfida dell’odierna complessità”: «Non ci prendiamo uno spazio di gioco ma di dialogo sicuramente […] vi accorgerete ben presto che senza le vostre voci la serata non va avanti […] se silenzio sarà, silenzio sia, ma secondo me, dalle vostre facce, non sarà silenzio». Silenzio non è stato davvero e Francesco Zappettini ci ha abilmente accompagnato nel coprire un buon tratto della nostra strada “Corpo che sono e corpo che ho”.
1. Cos’è la libertà?
Le risposte: capacità di fare il bene, volontà di scegliere, responsabilità, fare ciò che mi pare, poter sbagliare, uno spazio per costruire, stima della scelta altrui, è riconoscere chi siamo, è felicità, possibilità, la libertà qualifica l’uomo.
“Possibilità” e “fare” indicano comunque un “limite”: la mia libertà “confina” con gli altri. È un cammino, è amare. Amare prima di tutto te stesso perché se non ami te stesso riduci la tua libertà. Poi amare gli altri nella relazione, amare gli altri come sono: requisito per allargare la stessa capacità di amare.
Essere amato è condizione per poter amare. Bisogno dell’altro, consapevolezza di dipendere dall’altro. La condizione: dimenticarsi di sé, esser liberi dai propri bisogni. Se non sono capace di porre una distanza da me stesso non posso esercitare la libertà, quindi non amo.
2. Quali sono i bisogni di cui ci facciamo schiavi?
Le risposte: bisogno di apparire, di considerazione (autostima), di essere competitivi/produttivi, bisogno di appagamento (star bene, il wellness), di essere “in contatto” (diverso dall’essere “in relazione”), d’esser sempre all’altezza, di essere efficienti e di evadere.
Per esempio: una persona che vive di volontariato rischia di essere gratificata dalla propria capacità di darsi totalmente e, inconsapevolmente, dipende da questo assunto, ne ha bisogno, non esiste al di fuori di esso.
Occorre elaborare consapevolmente la possibilità di poter fare a meno dei propri bisogni. Di contro c’è il dramma d’un mondo che è fabbrica di bisogni. Il tempo ci uccide con gli stessi bisogni che ci schiavizzano. Un sistema che organizza per noi bisogni di cui siamo schiavi: libertà negata.
I bisogni prima diventano “necessità” e poi si trasformano in “diritti”. Tu “hai diritto” e se il tuo diritto non è soddisfatto ti senti defraudato. In questo modo l’uomo funziona in modo puramente materiale. Più senti il bisogno, più sei spinto a soddisfare il tuo “diritto”, fino anche alla violenza. Anche se sei molto amato, se non ti liberi consapevolmente dai tuoi bisogni guardando oltre te stesso, rimani lì, come strozzato
Due ostacoli alla libertà citati da Andrea Porcarelli. Il primo è la società liquida, il secondo è la ferita congenita che chiamiamo peccato originale, la fatica a sintonizzarci con l’Altissimo che è fatica esistenziale di ciascuno. La società liquida in realtà è un pantano. Aggiunge nuovo peso – un sistema che zavorra – e anziché innalzarci ci abbassa e ci fa ritenere appagati quando il corpo è soddisfatto.
In passato i bisogni facevano scattare la solidarietà. Oggi scatta l’individualismo, l’uomo perde il suo valore intrinseco: tu ti uccidi lentamente senza saperlo, e con te chi ti è vicino.
Inerzia del nostro tempo. La parte alta del nostro essere così non lavora mai. Quando guardi l’altro negli occhi? Chi è libero di farlo? Libertà di ascoltare, guardare, sentire l’altro: rieducarci a una grammatica diversa dal contatto con noi stessi. Condivisione e scambio, invece che “contatto”.
3. Cosa avviene quando i bisogni non sono superati?
Le risposte: frustrazione, depressione, angoscia, solitudine, crisi, insoddisfazione, aggressività, vergogna di essere sfigati.
La vergogna, profondo sentimento di essere sbagliati come persona: io sono sbagliato, in questo momento vorrei sparire.
Siamo passati dalla società del “senso di colpa” alla società della “vergogna” (dal sentimento di Edipo al sentimento di Narciso).
Al bimbo di tre anni non piace perdere, piuttosto non gioca. Vergogna per i risultati deludenti: non sopporto un voto insufficiente, anche se nulla ho fatto per evitarlo.
4. Come si fa a costruire?
Prima di tutto accettazione, che è sdrammatizzazione, autoironia (non è superficialità o leggerezza nel rendersi conto dei propri limiti).
Poi pazienza (un’altra vittima della società oggi): non casca il mondo, si riparte. Senza la sdrammatizzazione non c’è neanche la pazienza.
Cancellare il giudizio come categoria mentale.
Assunzione di responsabilità.
La fermezza. Il padre nei confronti del figlio si assume la responsabilità dell’essere padre, dell’aver ricevuto senza merito un mandato da esercitare, e il figlio deve accettare questo. Nello stesso tempo il padre deve render ragione al figlio delle proprie posizioni, senza temere di mostrargli il proprio limite: solo così il figlio impara a riconoscere il suo.
Senza la fermezza (nei confronti di se stessi prima che degli altri) non si va avanti. Il ruolo educativo non può giocarsi sull’autorità/distanza, ma va giocato sulla sfida della vita. Esser ben piantati. Sulla fermezza si costruisce una nuova grammatica.
5. Cosa si può incontrare su questa strada?
La fatica di stabilire rapporti e mantenerli. Uno stimolo continuo per mantenersi adeguati. Rabbia, per l’impotenza di fronte a molto potere (mass-media). Necessità per chi educa d’inventare modi sempre nuovi, creatività.
Creatività – Bellezza – Libertà: questa è la nuova sintesi.
Nota bene: in assenza di ripresa video o audio questa elaborazione si basa su appunti. Di qui un duplice appello: chi ha elementi per migliorarla intervenga liberamente con un proprio commento sul blog; chi assente all’incontro desiderasse dei chiarimenti, ponga altrettanto liberamente le proprie domande ed avrà risposta.
Sabato 8 maggio quinto incontro sulla strada “Corpo che sono e corpo che ho”, già battuta con l’inaugurazione di Davide Rondoni, il contributo in due momenti di Andrea Porcarelli e quello di Francesco Zappettini, che si sono addentrati in aspetti diversi ma tra loro intimamente correlati della corporeità umana.
È ora la volta di Emerico Labarile, medico psichiatra e psicoterapeuta, di cui sono programmati tre interventi a scadenze diverse, il primo – quello di sabato 8 appunto – con l’accattivante titolo “Il linguaggio del corpo come elaboratore di sensazioni ed emozioni”. Non occorre sottolineare il valore dell’opportunità offerta, vista la competenza del Relatore che da moltissimi anni si dedica allo studio di problemi di psicologia clinica ed espressiva. Per quanti volessero anticipatamente approfondire diamo un breve saggio delle sue opere, alcune delle quali in compartecipazione:
E. Labarile, La psicologia della scrittura in psichiatria, Istituto Indagini Psicologiche, Milano 1973.
E. Labarile – G. Spaggiari, L’etilismo e le sue motivazioni dalla scrittura, Istituto Indagini Psicologiche, Milano 1979.
E. Labarile – G. Spaggiari, Guida all’interpretazione – Anoressia – Bulimia, Centro programmazione editoriale, San Prospero (MO) 1992.
E. Labarile, Luci ed ombre: riflessioni su poesia arte grafo-pittorica nell’anoressiabulimia, Centro programmazione editoriale, San Prospero (MO) 1992.
E. Labarile, Il fiore a due facce (in preparazione).
In questi due ultime monografie l’Autore tenta di mettere in risalto gli aspetti più belli e, nello stesso tempo, più struggenti del vissuto anoressico, al fine di offrire un contributo culturale, professionale e di aggiornamento per tutti coloro che sono impegnati in attività psico-educative.
Tutti sono invitati a partecipare, nell’Oratorio San Giovanni Bosco in Sant’Ilario d’Enza (RE), piazza IV Novembre, ore 18,00.
Presentiamo la sintesi del secondo intervento tenuto lo scorso 10 aprile da Andrea Porcarelli sulla strada “Corpo che sono e corpo che ho”, con il titolo “Identità della persona tra dimensione corporea e dimensione spirituale”, che ha costituito la pars construens del complessivo contributo del Relatore a Inventori di strade.
Affrontare il tema con uno sguardo contemplativo per riuscire a vedere quello che pure abbiamo sempre sotto gli occhi, ma non riusciamo a vedere. Il rischio è proprio il non avere più la capacità di meravigliarsi di nulla, perché si considera tutto quanto cade sotto gli occhi della mente come ovvio. Cos’è in realtà l’ovvio? Dal latino “obvius” = “ciò che si trova per la strada”, quindi ciò che cade sempre sotto gli occhi e non desta meraviglia. Per noi l’essere totalmente assorbiti dalle preoccupazioni della quotidianità, tanto da non lasciarci smuovere da nulla, appunto perché ogni fatto ci sembra ovvio.
“Identità della persona”: cosa intendiamo per “persona” umana? È un termine di cui la nostra cultura è debitrice verso il cristianesimo. “Persona”, secondo san Tommaso d’Aquino, è un nome che sta a sottolineare una particolare dignità, è un nome che si applica a tutti coloro che sono “sussistenti”, ovvero di natura spirituale: le “Persone” divine; le creature spirituali, angeli e demoni; la “persona” umana. Essere “persona” è il modo di esistere più elevato, quello di chi esercita l’atto di essere nella natura spirituale. In genere, nel nostro guardare gli altri, fissiamo l’attenzione sul modo di agire, che però è conseguenza del modo di essere. Dobbiamo guardare invece la persona umana a partire dall’alto, a partire dalla sua natura spirituale.
Le attività spirituali sono quelle dell’intelligenza e della volontà. Usare l’intelligenza, cioè saper vedere al di sotto dell’apparenza, capire, conoscere, calcolare. Usare la volontà, per tendere ai beni di natura spirituale, mentre spontaneamente si tende ai beni materiali, sotto l’effetto della sola tendenza emozionale. La nostra volontà è libera perché nessuno dei beni finiti è tale da attrarla in modo invincibile. Avere la capacità di volere per gli altri il bene che spontaneamente vogliamo per noi. Tutti vogliono spontaneamente essere felici, tutti aspirano alla felicità. Questo desiderio ha una caratteristica unica: questo bene possiamo volerlo anche per qualcun altro, con lo stesso atto della nostra volontà.
Vi è una triplice tendenza alla base della vitalità spirituale. I beni di natura spirituale sono fatti per essere condivisi, mentre i beni materiali sono obiettivo di un possesso che esclude gli altri. L’idea che condivido con altri si rafforza anche in me. I valori di natura spirituale non sono escludenti, ma hanno un’esistenza più forte quando sono condivisi.
Vi è un triplice dinamismo nella natura spirituale: l’intelligenza è strutturalmente insaziabile, è continuamente stimolata dalla ricerca del più e del meglio, è aperta all’infinito; anche la nostra capacità di desiderare è aperta all’infinito, l’apertura al desiderio non trova un limite intrinseco; volere il bene di qualcun altro, ci chiediamo sempre se possiamo amare di più e sempre rispondiamo di sì, non si può trovare un limite alla capacità di amare di più e meglio.
Un secondo elemento: la persona umana rispetto a tutti gli altri esseri ha una sua specificità perché è fatta per esistere con un’anima spirituale, unita strettamente alla forma di un corpo fisico. L’anima umana si trova come sulla linea di confine tra la sostanza corporea e la sostanza spirituale, cittadina di due mondi. L’uomo è l’unico essere corporeo dell’universo capace di muoversi su questi confini. Per questo la persona umana richiede di essere educata, perché non nasce già con tutte le sue capacità operative sviluppate. La persona umana è fatta per imparare poco a poco, per conquistare giorno per giorno la capacità di vivere la sua vitalità spirituale.
Dalle catechesi di Giovanni Paolo II sull’amore umano. “Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza” (Gen 1,26): prima di creare l’uomo, il Creatore quasi rientra in se stesso per cercarne il modello e l’ispirazione nel mistero del suo Essere, che già qui si manifesta in qualche modo come il “Noi” divino, Da questo mistero scaturisce, per via di creazione, l’essere umano. La corporeità umana non può essere letta secondo la deriva materialistica, ma neppure in termini dualistici, di contrapposizione tra corpo e spirito. L’atto creativo di Dio crea unitariamente fisicità e spiritualità. In questa realtà si pone anche la promessa della Resurrezione: unificazione tra spirito e corpo. Vivere quindi nell’unità psico-fisica: accompagnare il cammino della crescita nella fisicità con la crescita nella spiritualità. Come c’è la crescita fisica, così deve esserci anche la crescita nella sapienza e nella grazia. Come Gesù crescere “in età, sapienza e grazia” (cfr. Lc 2,52).
Su questo cammino si incontrano due ostacoli. Il primo sono le ferite del peccato: questo cammino di piena conquista è così soggetto ad urtare in pietre di inciampo, per cui occorre un lavoro supplementare di educazione interiore. Secondo ostacolo è quello della cultura dominante, con cui occorre confrontarsi nel rischio continuo di cedere alla sua suggestione. Dalla cultura dominante viene la sollecitazione ad adagiarsi nel “così fan tutti”, e “ma che male c’è?”, e “perché dovrei fare il contrario?”, soprattutto se questo mi chiede anche della fatica in più. Dalle buone intenzioni bisogna poi ancora muoversi in cammino verso le buone opere, entrando nell’elemento centrale del cammino educativo. Già Aristotele diceva che non è facile, se pure si è individuato un orientamento retto, avere la volontà e la capacità di seguirlo. Si deve costruire la propria identità, scontrandosi con le spigolosità che si incontrano al proprio interno, combattendo il rischio di confondere la propria autenticità con la rinuncia a migliorarsi. Spesso ci si sente portati a fare quello che non si vorrebbe fare, perché si riconosce che non è bene, ma si è troppo deboli per rifiutarlo. Prendiamo forza dalla frase-confessione di Oscar Wilde: “Non ero più capitano di me stesso”, per affermare invece con forza: “Voglio essere capitano di me stesso!”.
Ecco allora il fondamento di quest’opera: la ricerca di conquista delle quattro virtù cardinali, sulle quali poggiare tutti gli sforzi per costruire la propria vita etica: saggezza, giustizia, fortezza, temperanza.
La saggezza, o prudenza, è la virtù che guida i giudizi della ragion pratica, nel momento di prendere una decisione concreta. Sapere quello che bisogna fare e, nello stesso tempo, saper allenare la mente per vedere quello che è giusto fare. Essere fedeli a se stessi.
La giustizia, come esercizio di una volontà retta nel rapporto con gli altri. Onestà nel comportamento, nelle relazioni, nel prendere le decisioni. Saper capire i bisogni di tutti per guidarsi alle decisioni da prendere. A questa virtù fa capo anche la sincerità, perché la prima esigenza della giustizia è proporre la verità. E alla giustizia si sposa anche la gratitudine, il riconoscere quello che si riceve.
La fortezza guida alla capacità di reagire di fronte alle difficoltà, contro la tentazione del “lasciar perdere”. L’esempio sublime della fortezza è il sacrificio di un martire. Più semplicemente chiediamoci cosa possa costare chiedere scusa a qualcuno perché si riconosce di essere in torto verso di lui. La fortezza di saper riconoscere le proprie colpe e le proprie debolezze, per decidere anche noi: “Tornerò da mio Padre!”. Vorrei tanto nascondermi, ma capisco che devo vincermi, devo superarmi. Alla fortezza si lega anche la pazienza: la pazienza nelle cose piccole aiuta a superare con fortezza le prove grandi, aiuta a temprare l’anima.
La temperanza è la capacità di moderare l’attrattiva di ciò che ci attira in modo illecito. Occorre mettere in conto con serenità che è perfettamente normale essere attirati verso le cose che toccano i nostri sensi. Essere capaci però di pensare che ciò che attira non necessariamente deve soggiogare. “Sono io il capitano della nave!”, e allora, come Ulisse, posso anche andare incontro alle “sirene”, ma so legarmi all’albero della nave per passare oltre senza cadere, nella mia libertà. Saper costruire giorno dopo giorno una saggia indipendenza da ciò che attrae. Fare un allenamento quotidiano, anche attraverso qualche rinuncia voluta, allo scopo di essere sempre di più padroni di se stessi. Saper resistere e passare oltre, mentre le “sirene” del mondo ci ripetono continuamente: “Ma che male c’è?”.
Il fatto di esistere come persone umane su questa linea di confine tra sostanze corporee e sostanze spirituali è ciò che appartiene strettamente alla nostra realtà di vita: seguire un percorso, prima affiancati da altri nella propria educazione, poi sapersi accompagnare da soli, con la propria coscienza maturata. Essere sempre padroni di se stessi e protagonisti alla guida del proprio cammino. Certamente, la realtà del mondo in cui viviamo non aiuta, ma è sempre stato così, anche in tempi diversi dal nostro. “Essere capitani della nave!”. Nessuna di queste virtù funziona però se è vissuta come un ordine imposto dall’esterno, ma solo se è interiorizzata. Il dinamismo delle virtù cresce nell’interiorità attraverso un cammino progressivo di conquista, in un desiderio di bellezza interiore altrettanto forte del desiderio di bellezza esteriore. Compito interiore di ciascuno è lasciarsi sedurre dalla dignità della persona umana, saper riconoscere e rispettare, saper valorizzare questa dignità.
Giovedì 22 aprile il quarto incontro sulla strada “Corpo che sono e corpo che ho” che si inoltra nei molteplici aspetti della crescita e dello sviluppo dell’identità personale (corporea, psicologica, spirituale) nella società complessa.
Dopo l’esordio con Davide Rondoni ed il doppio contributo di Andrea Porcarelli, l’appuntamento di Inventori di strade è questa volta con Francesco Zappettini, psicologo e psicoterapeuta, consulente di servizi per l’infanzia.
Il tema – “Educare e crescere: una sfida dell’odierna complessità” – si innesta su quelli già svolti per delineare le possibili risposte agli interrogativi che da essi nascono sul piano della formazione della persona di fronte ad una società che rapidamente si evolve.
Tutti sono invitati a partecipare, nell’Oratorio San Giovanni Bosco in Sant’Ilario d’Enza (RE), piazza IV Novembre, ore 20,30.
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