Manute Bol un cestista grande, un vero uomo

Manute Bol
Manute Bol

Probabilmente solo gli amanti del Basket sono venuti a conoscenza nei giorni scorsi della prematura scomparsa di Manute Bol, grande campione di pallacanestro. Ma forse anche a molti di questi sfugge che oltre il suo curriculum che parla di Washington, Golden State, Philadelphia, Miami, per un totale di 10 anni giocati nella NBA, e dietro la sua statura di 2,31 metri si celava un uomo innamorato di Dio e dei suoi fratelli sudanesi. Tutta la sua vita fu davvero spesa per il bene della sua terra i quasi sei milioni di dollari guadagnati in carriera sono finiti quasi tutti alla Ring True Foundation, nata per raccogliere fondi per i rifugiati sudanesi. Una volta venne multato di 25.000 dollari dalla sua squadra di allora, i Miami Heat, per aver perso due gare di preseason: il motivo era che si trovava a Washington per aiutare i dialoghi di pace tra i signori della guerra sudanese, che bombardavano i campi profughi a cui andava a far visita. Nel 2001 a Bol venne offerto un posto di ministro dello sport da parte del governo sudanese. Bol, che era cristiano, si rifiutò perché una delle pre-condizioni era la conversione all’Islam. Più tardi gli fu’ impedito di lasciare il paese dal governo sudanese, che lo ha accusava di sostenere la condotta cristiana dei ribelli Dinka. Il governo sudanese si rifiutatò di concedergli un visto di uscita, se non fosse tornato con più soldi. Fu aiutato a uscire da una raccolta fondi promossa dai suoi sponsor americani. Sei anni fa si era rotto il collo in un grave incidente d’auto. Negli Usa viveva modestamente, pagando i suoi conti tenendo discorsi o grazie agli aiuti dei suoi ex compagni di squadra, su tutti Chris Mullin. Finiti i soldi guadagnati col basket, Bol accettava qualsiasi trovata pubblicitaria pur di racimolare fondi da destinare al suo Sudan. Divenne il fantino più alto del mondo senza mai essere salito a cavallo e il più alto giocatore di hockey di sempre pur senza saper pattinare. Successe nel 2002, quando firmò un contratto di un solo giorno con gli Indianapolis Ice della Central Hockey League: la pubblicità generata dal suo ingaggio diede un’enorme boccata d’ossigeno ai conti della sua fondazione. Così come la sua apparizione sul ring nel Celebrity Boxing Show della Fox, trasmissione a cui aveva accettato di partecipare in modo che l’emittente mandasse in sovrimpressione il numero di telefono della sua fondazione. Stese in tre round l’ex giocatore di football William Perry. In Sudan ci era tornato anche in aprile, per tentare di combattere la corruzione e aiutare lo svolgimento di elezioni democratiche. “Il Sudan e il mondo hanno perso un vero uomo”. Sono rimasto affascinato e commosso da un uomo così straordinario (Gabriele Rossi).

Amor Tuus, amor fortis, Domine

Ieri sera, venerdì 4 giugno, nella gremita palestra dell’Oratorio San Giovanni Bosco in Sant’Ilario d’Enza (RE) ha avuto luogo la presentazione del “ritratto di don Pietro Margini”, una biografia redatta da Ludmiła Grygiel con il titolo Amor Tuus, amor fortis, Domine.

L’opera, per i tipi dell’editrice senese Cantagalli, è promossa dal Movimento Familiaris Consortio – che riconosce nel Sacerdote che è stato Parroco di Sant’Ilario dal 1960 al 1990 il suo Fondatore – e vede la luce in concomitanza con la celebrazione del 70° anniversario della sua ordinazione presbiterale.

Alla presenza del Vescovo ausiliare Mons. Lorenzo Ghizzoni, si sono succeduti a ricordare la figura di don Pietro alcuni relatori, mentre l’Autrice – studiosa di storia e saggista che ha al suo attivo diverse biografie di santi e personalità di rilievo del mondo cattolico – ha chiuso la serata con un intervento in cui ha sintetizzato le profonde impressioni personalmente riportate nel suo approccio a questo Sacerdote che ha senza dubbio segnato la storia di Sant’Ilario d’Enza e della diocesi di Reggio Emilia, apportando un ragguardevole prezioso contributo di cultura umana e cristiana.

«Il primo aspetto che mi ha colpito nella figura di don Pietro – ha detto tra l’altro la signora Grygiel – è il suo essere sacerdote (“sacerdote per sempre, sacerdote per tutti” – come ho scritto). Tutto quello che ha fatto e detto esprime la sua identità sacerdotale. Non considerava il suo sacerdozio un motivo di superiorità ma realizzava giorno per giorno la sua vocazione come un servizio totale per gli altri, per ogni persona che incontrava […] Considerava la propria identità sacerdotale con la stessa ammirazione, amore e timore con cui si tratta Dio – “timor Dei” -, così che chiamerei questo suo atteggiamento un “timor sacerdotii”. Per chiarire questo concetto, mi servo delle parole del sacerdote e poeta Jan Twardowski, che ha scritto: “ammiro il mio sacerdozio, ho timore del mio sacerdozio, davanti al mio sacerdozio mi inginocchio”. Un sacerdote che sta in ginocchio non copre Dio, ma è rivolto a Dio e lo indica agli altri. Forse in questo sta il segreto dello straordinario influsso di don Pietro sui fedeli: senza nulla imporre, entusiasmava con tutto il suo essere sacerdote e attirava a Dio».

Inventori di strade accoglie con gioia l’avvenimento, che viene ad aggiungersi alle altre iniziative già in atto con il comune obiettivo di tenere viva, in quanti appartengono al suo tempo ma anche nelle nuove generazioni, la memoria di don Pietro, “povero parroco di campagna” – come amava definirsi – ma in realtà grande padre spirituale, parroco e fondatore.

Amor tuus amor fortis Domine - Copertina
Amor tuus amor fortis Domine – Copertina

06/06/2010 – Assemblea dei Soci

Domenica 6 giugno 2010 alle ore 11,30 presso i locali dell’Oratorio San Giovanni Bosco in Sant’Ilario d’Enza, piazza IV Novembre, è convocata la

Assemblea straordinaria dei Soci del Circolo di Cultura “Inventori di strade”

con il seguente ordine del giorno:

  1. i primi quattro mesi di attività del Circolo;
  2. proposte per la futura programmazione;
  3. dibattito;
  4. varie ed eventuali.

in caso di mancato raggiungimento del numero legale la seconda convocazione è fissata per lunedì 7 giugno 2010 alle ore 21,00 stesso luogo.

Labarile 1 in sintesi

Labarile
Labarile

Presentiamo la sintesi dell’intervento che ha visto come protagonista sabato 8 maggio Emerico Labarile sulla strada “Corpo che sono e corpo che ho”, con il titolo “Il linguaggio del corpo come elaboratore di sensazioni ed emozioni, prima delle tre parti che andranno a costituire il complessivo contributo del Relatore a Inventori di strade (i due successivi appuntamenti alla ripresa autunnale).

* * *

L’essenza totale dell’uomo è racchiusa nel contesto “uomo”: mente e corpo. “Io sono il corpo”.

Nelle parole di Gn 2,25 vediamo che l’anima – alito divino – dà alla materia del corpo l’essenza di ciò che poi noi siamo come bisogni fisiologici, come risposta sensoriale, emozionale, affettiva, come espressione di un’etica, di una morale, d’una spiritualità.

Il corpo – corpo-mente, nostra carta di identità – è un elaboratore di informazioni e attraverso i suoi “sensori” visivi, uditivi, tattili, gustativi, olfattivi, il mondo entra in noi. Il nostro cervello è un sistema dinamico che mette in moto un meccanismo di valutazione di queste informazioni, fornendo al corpo la possibilità di reagire con le sue caratteristiche fisiologiche, così che si determina una sensazione. Poi questa sensazione sale verso la parte superiore del cervello e assume particolari colori per diventare emozione, fino a che tutto questo si fa consapevole in termini di valore e di significato per poi sviluppare l’espressione del comportamento, cioè l’azione.

Il nostro cervello è diviso in due emisferi che interagiscono per la realizzazione di un progetto unico. Il destro è la parte “in ombra”, il sinistro è la parte “in luce”: parte inconscia, emotiva-affettiva, e parte razionale. Nella parte destra ho percezioni indistinte, mentre girando verso la parte sinistra comincio a distinguere i singoli elementi che dall’oscurità affiorano alla luce.

Il rapporto tra il bimbo e la madre durante la gravidanza: man mano la madre prende contatto e confidenza con il futuro neonato. Questa relazione prima della nascita è presupposto di quella che comincerà dopo, quindi è molto importante, importantissima, mentre oggi la relazione madre-bambino è molto confusa per una insufficiente capacità di ascolto, per una involontaria distrazione sul piano della comunicazione. Nella misura in cui il neonato stabilisce una relazione con chi si prende cura di lui e quindi un rapporto materiale dal punto di vista del supporto biologico, comincia ad avere vita autonoma ma avverte anche di dipendere da un altro, e ciò costituisce la prima angoscia esistenziale dell’uomo. Con la madre il bambino comincia a stabilire quello che è “rapporto di amorosi sensi”: sensorialità, meccanismo gestuale, risposta mimica, emozionale comportamentale, espressiva, in aspettative reciproche. Dopo i primi sei mesi il bimbo comincia a rendersi conto che la madre può dargli delle difficoltà sul piano relazionale e a vivere allora un senso di frustrazione, per cui mentre prima si isolava organizzando “automaticamente” i propri livelli difensivi, ora assume una “chiusura” nei confronti di questa realtà.

Il rapporto della madre con il bambino è gestuale, il primo “linguaggio” è gestuale. Pian piano questo si lega a quella che sarà la parola, che va a valorizzare il gesto, dandogli senso e significato, per cui il gesto e la parola diventano un tutt’uno. Mentre nel rapporto verbale noi possiamo camuffare, modificare e filtrare concetti, il gesto sfugge alle regole del controllo, poiché è un fatto istintivo che contempla risposte sensoriali, emozionali, profonde, acquisite e quindi non soggette a censura. Nella misura in cui parliamo siamo attenti a pensare quello che stiamo per dire e per fare. Nel gesto lo facciamo, magari un gesto inconsulto, però è fatto.

Alla base del linguaggio non verbale e poi verbale ci sono quei neuroni “specchio” del nostro sistema nervoso che hanno la capacità di recepire, di fotografare tutto ciò che noi vediamo, osserviamo, sentiamo, collocandoli nella struttura mnemonica in cui hanno sede. Quando viviamo all’esterno quella realtà da noi recepita, la riconosciamo. Se io faccio l’elemosina a un medicante, è come se la facessi a me stesso, perché ho già recepito il senso dei valori che mi ispirano ad agire e io “mi specchio” nell’altro, in tutti i sensi: gestuale, emozionale, espressivo, comportamentale. I neuroni “specchio” sono alla base della capacità di valorizzare l’incontro con l’altro, dandogli un senso di “familiarità”. Questa capacità si ha solo se c’è un corpo che determina dentro di sé una risposta fisiologica allo stimolo, la realizza all’interno sotto forma di sensazione, la colora di una particolare emozione, ne prende coscienza dandole valore: nel riconoscimento le basi per avvertire e conoscere quanto sta succedendo nel rapporto relazionale.

Alcuni esempi tratti dall’antica letteratura greca. L’incontro nell’Ade di Odisseo con la madre (XI libro dell’Odissea), esempio di rapporto, di incontro senza il corpo, che porta a un senso di delusione. Le sensazioni ed emozioni che possiamo cogliere nell’incontro ci danno questo senso di disillusione e di illusione nello stesso tempo, così che dentro di noi si crea uno stato emozionale che ognuno di noi vive in maniera specifica, poiché ognuno di noi è un’entità esclusiva irripetibile, ognuno con un proprio software, cioè con un programma cerebrale, con una capacità di elaborare i dati, che gli consente di affacciarsi alla realtà dell’altro e contemplarlo in autonomia e indipendenza.

Il concetto di familiarità consiste nel fatto che nella relazione di tipo sensoriale, emozionale, di conoscenza c’è un feeling, un qualcosa in più che lega, che rende l’altro familiare, come se ci fosse qualcosa di mio che l’altro può condividere con me. Nell’Elettra di Sofocle, Oreste va a ritrovare la sorella che non rivedeva da anni e la riconosce subito mentre lei fatica ma a un certo punto attraverso i discorsi, spunti di vita comuni riesce a vedere in questo altro il fratello: la relazione qui è incontro attraverso una sofferenza condivisa.

Nell’Oreste di Euripide, il matricida arriva ad Argo dove a un certo punto lo attende un verdetto di morte. Oreste cade in uno stato di smarrimento, di ansia, di paura, un’angoscia esistenziale, particolare. Passata questa fase ritorna in sé ed è “come puledro cui viene tolto il giogo”: troviamo il corpo, le sensazioni, le emozioni, gli stati d’animo, il senso del valore e quindi di un’etica ma anche di una religione.

Infine Guerra e pace di Tolstoj, quando Pierre finita la guerra torna a casa e riconosce la sua Natascia attraverso episodi, momenti in cui la ragazza dice qualcosa. Pierre comincia ad avvertire come una vertigine interiore, un ripristino di una valutazione nella memoria di qualcosa che emerge, come se ci fosse una trasfigurazione, una riedizione del volto di Natascia: questa è familiarità.

La gioia: la esprimo in maniera diversa. La risposta interiore alla stessa gioia come elemento di significato assume forme comportamentali diverse, con diverso investimento affettivo, il rapporto relazionale affettivo è diversificato in rapporto all’oggetto di investimento: la qualità di un sentire, la diversità con cui colgo il senso del valore da cui io posso decidere il mio comportamento.

Nella relazione è fondamentale il rapporto in cui ognuno possa avere la possibilità di sentire, ascoltare dentro di sé la risonanza di stimoli, sensazioni, emozioni che elabora sulla base di una precisa struttura genetica, apporto culturale, educativo. Solo nella personalizzazione di questi dati posso stabilire un rapporto di diversità con l’altro, con cui posso collaborare, stabilire momenti di armonia, insieme mettere punti in comune per la realizzazione di un progetto. Molto spesso i giovani – i fidanzati – non si conoscono. Dobbiamo cominciare a capire che dobbiamo avere dentro di noi una definizione: il corpo vissuto – “io sono il corpo” – rispetto al corpo esibito – “io ho il corpo”. Così stabilire con l’altro un dialogo, una comunicazione giusta, un’armonia esatta, dove ognuno – sempre nel rispetto delle dovute regole, principi – è in interazione reciproca, monitoraggio continuo.

Il corpo è sempre protagonista di tutto questo. Assume significato diverso con l’età: dall’“essere” corpo arriviamo all’età dell’anziano che “ha” il corpo, che non risponde più, che spegne gli ideali, la capacità di socializzare. Ecco l’importanza del senso della morale, soprattutto della spiritualità del corpo. Tra i sentimenti più significativi: il pudore e la vergogna, perché nella misura in cui sono esasperate entriamo nel disturbo di “anoressia” mentale. Il disturbo del nascondimento del corpo, del rifiuto del corpo, dell’esibire il corpo, del rivelarlo in quella realtà che si cerca di custodire in maniera soggettiva. Le cose che posso esprimere agli altri non posso esprimerle completamente ma devono avere quel senso di pudore, di limite, per conservare quella soggettività protettiva, senza evidenziarmi troppo perché quello che ho dentro di me mi permette di conservare la mia sicurezza (l’Afrodite del British Museum di Londra). La vergogna è invece un combattimento, un conflitto fra due sensazioni profonde: la modestia/umiltà nel sentirmi inferiore alle situazioni che sto vivendo, e per contro-altare il senso della rabbia/orgoglio del voler superare i momenti che non mi permettono di realizzarmi in una certa maniera. Il contrasto può portare nei casi-limite fino a una condizione di resa.

Per concludere una cosa un po’ “strappalacrime”: un mix tra l’aspetto religioso, l’aspetto sensoriale, emozionale, affettivo e il premio che ci viene concesso dalla sofferenza, dalla difficoltà. Due episodi da I promessi sposi di Manzoni. All’XI capitolo, la notte dell’Innominato: preso da uno stato di agitazione interiore alla vista di Lucia, situazione profonda di revisione del sé in cui lui si vedeva – funzionano i neuroni “specchio” – “come un cavallo che diventa restio per un’ombra”, e non osa andare oltre, non riesce a trattenere la parte di sé che prima ha sempre diretto e “cede” a Lui, all’Altra parte, e quindi la capacità di andare avanti: la conversione. All’VIII capitolo, la morte di Cecilia: la mamma sente il campanello dei monatti e scende e chiede il rispetto della morte. La sacralità, l’inizio di un’esperienza nuova nell’abito bianco, dimensione della gioia: “Dio non toglie mai la gioia ai suoi figli se non per dare a loro una più certa e più grande”.

Il video del primo incontro con Emerico Labarile

Sant’Ilario d’Enza, 8 maggio 2010: Il linguaggio del corpo come elaboratore di sensazioni ed emozioni

Labarile 08.05.2010 from Inventori di Strade on Vimeo.

29/05/2010 – Il “Festival Biblico” a Vicenza

Andiamo insieme al FESTIVAL BIBLICO 2010: “L’ospitalità delle Scritture”.

Interno del Teatro Olimpico
Interno del Teatro Olimpico

Per il programma della nostra giornata clicca qui:

Festival Biblico 2010 Vicenza – Locandina

Per maggiori dettagli sul Festival vai al sito dedicato.

Qui invece puoi trovare tutte le iniziative di sabato 29 maggio:

Festival Biblico 2010 Vicenza – Programma per adulti

Festival Biblico 2010 Vicenza – Programma per bambini

Zappettini in sintesi

Ecco la sintesi dell’incontro di Inventori di strade tenuto con Francesco Zappettini lo scorso 22 aprile. Incontro animato, effervescente a tratti, per la continua interazione del numeroso pubblico sollecitato dal Relatore quasi a costruire ex-novo sul tema “Educare e crescere: una sfida dell’odierna complessità”: «Non ci prendiamo uno spazio di gioco ma di dialogo sicuramente […] vi accorgerete ben presto che senza le vostre voci la serata non va avanti […] se silenzio sarà, silenzio sia, ma secondo me, dalle vostre facce, non sarà silenzio». Silenzio non è stato davvero e Francesco Zappettini ci ha abilmente accompagnato nel coprire un buon tratto della nostra strada “Corpo che sono e corpo che ho”.

1. Cos’è la libertà?

Le risposte: capacità di fare il bene, volontà di scegliere, responsabilità, fare ciò che mi pare, poter sbagliare, uno spazio per costruire, stima della scelta altrui, è riconoscere chi siamo, è felicità, possibilità, la libertà qualifica l’uomo.

“Possibilità” e “fare” indicano comunque un “limite”: la mia libertà “confina” con gli altri. È un cammino, è amare. Amare prima di tutto te stesso perché se non ami te stesso riduci la tua libertà. Poi amare gli altri nella relazione, amare gli altri come sono: requisito per allargare la stessa capacità di amare.

Essere amato è condizione per poter amare. Bisogno dell’altro, consapevolezza di dipendere dall’altro. La condizione: dimenticarsi di sé, esser liberi dai propri bisogni. Se non sono capace di porre una distanza da me stesso non posso esercitare la libertà, quindi non amo.

2. Quali sono i bisogni di cui ci facciamo schiavi?

Le risposte: bisogno di apparire, di considerazione (autostima), di essere competitivi/produttivi, bisogno di appagamento (star bene, il wellness), di essere “in contatto” (diverso dall’essere “in relazione”), d’esser sempre all’altezza, di essere efficienti e di evadere.

Per esempio: una persona che vive di volontariato rischia di essere gratificata dalla propria capacità di darsi totalmente e, inconsapevolmente, dipende da questo assunto, ne ha bisogno, non esiste al di fuori di esso.

Occorre elaborare consapevolmente la possibilità di poter fare a meno dei propri bisogni. Di contro c’è il dramma d’un mondo che è fabbrica di bisogni. Il tempo ci uccide con gli stessi bisogni che ci schiavizzano. Un sistema che organizza per noi bisogni di cui siamo schiavi: libertà negata.

I bisogni prima diventano “necessità” e poi si trasformano in “diritti”. Tu “hai diritto” e se il tuo diritto non è soddisfatto ti senti defraudato. In questo modo l’uomo funziona in modo puramente materiale. Più senti il bisogno, più sei spinto a soddisfare il tuo “diritto”, fino anche alla violenza. Anche se sei molto amato, se non ti liberi consapevolmente dai tuoi bisogni guardando oltre te stesso, rimani lì, come strozzato

Due ostacoli alla libertà citati da Andrea Porcarelli. Il primo è la società liquida, il secondo è la ferita congenita che chiamiamo peccato originale, la fatica a sintonizzarci con l’Altissimo che è fatica esistenziale di ciascuno. La società liquida in realtà è un pantano. Aggiunge nuovo peso – un sistema che zavorra –  e anziché innalzarci ci abbassa e ci fa ritenere appagati quando il corpo è soddisfatto.

In passato i bisogni facevano scattare la solidarietà. Oggi scatta l’individualismo, l’uomo perde il suo valore intrinseco: tu ti uccidi lentamente senza saperlo, e con te chi ti è vicino.

Inerzia del nostro tempo. La parte alta del nostro essere così non lavora mai. Quando guardi l’altro negli occhi? Chi è libero di farlo? Libertà di ascoltare, guardare, sentire l’altro: rieducarci a una grammatica diversa dal contatto con noi stessi. Condivisione e scambio, invece che “contatto”.

3. Cosa avviene quando i bisogni non sono superati?

Le risposte: frustrazione, depressione, angoscia, solitudine, crisi, insoddisfazione, aggressività, vergogna di essere sfigati.

La vergogna, profondo sentimento di essere sbagliati come persona: io sono sbagliato, in questo momento vorrei sparire.

Siamo passati dalla società del “senso di colpa” alla società della “vergogna” (dal sentimento di Edipo al sentimento di Narciso).

Al bimbo di tre anni non piace perdere, piuttosto non gioca. Vergogna per i risultati deludenti: non sopporto un voto insufficiente, anche se nulla ho fatto per evitarlo.

4. Come si fa a costruire?

Prima di tutto accettazione, che è sdrammatizzazione, autoironia (non è superficialità o leggerezza nel rendersi conto dei propri limiti).

Poi pazienza (un’altra vittima della società oggi): non casca il mondo, si riparte. Senza la sdrammatizzazione non c’è neanche la pazienza.

Cancellare il giudizio come categoria mentale.

Assunzione di responsabilità.

La fermezza. Il padre nei confronti del figlio si assume la responsabilità dell’essere padre, dell’aver ricevuto senza merito un mandato da esercitare, e il figlio deve accettare questo. Nello stesso tempo il padre deve render ragione al figlio delle proprie posizioni, senza temere di mostrargli il proprio limite: solo così il figlio impara a riconoscere il suo.

Senza la fermezza (nei confronti di se stessi prima che degli altri) non si va avanti. Il ruolo educativo non può giocarsi sull’autorità/distanza, ma va giocato sulla sfida della vita. Esser ben piantati. Sulla fermezza si costruisce una nuova grammatica.

5. Cosa si può incontrare su questa strada?

La fatica di stabilire rapporti e mantenerli. Uno stimolo continuo per mantenersi adeguati. Rabbia, per l’impotenza di fronte a molto potere (mass-media). Necessità per chi educa d’inventare modi sempre nuovi, creatività.

CreativitàBellezzaLibertà: questa è la nuova sintesi.

Nota bene: in assenza di ripresa video o audio questa elaborazione si basa su appunti. Di qui un duplice appello: chi ha elementi per migliorarla intervenga liberamente con un proprio commento sul blog; chi assente all’incontro desiderasse dei chiarimenti, ponga altrettanto liberamente le proprie domande ed avrà risposta.

08/05/2010 – “Il linguaggio del corpo come elaboratore di sensazioni ed emozioni” con Emerico Labarile

Sabato 8 maggio quinto incontro sulla strada “Corpo che sono e corpo che ho”, già battuta con l’inaugurazione di Davide Rondoni, il contributo in due momenti di Andrea Porcarelli e quello di Francesco Zappettini, che si sono addentrati in aspetti diversi ma tra loro intimamente correlati della corporeità umana.

È ora la volta di Emerico Labarile, medico psichiatra e psicoterapeuta, di cui sono programmati tre interventi a scadenze diverse, il primo – quello di sabato 8 appunto – con l’accattivante titolo “Il linguaggio del corpo come elaboratore di sensazioni ed emozioni”. Non occorre sottolineare il valore dell’opportunità offerta, vista la competenza del Relatore che da moltissimi anni si dedica allo studio di problemi di psicologia clinica ed espressiva. Per quanti volessero anticipatamente approfondire diamo un breve saggio delle sue opere, alcune delle quali in compartecipazione:

E. Labarile, La psicologia della scrittura in psichiatria, Istituto Indagini Psicologiche, Milano 1973.

E. Labarile – G. Spaggiari, L’etilismo e le sue motivazioni dalla scrittura, Istituto Indagini Psicologiche, Milano 1979.

E. Labarile – G. Spaggiari, Guida all’interpretazione – Anoressia – Bulimia, Centro programmazione editoriale, San Prospero (MO) 1992.

E. Labarile, Luci ed ombre: riflessioni su poesia arte grafo-pittorica nell’anoressiabulimia, Centro programmazione editoriale, San Prospero (MO) 1992.

E. Labarile, Il fiore a due facce (in preparazione).

In questi due ultime monografie l’Autore tenta di mettere in risalto gli aspetti più belli e, nello stesso tempo, più struggenti del vissuto anoressico, al fine di offrire un contributo culturale, professionale e di aggiornamento per tutti coloro che sono impegnati in attività psico-educative.

Tutti sono invitati a partecipare, nell’Oratorio San Giovanni Bosco in Sant’Ilario d’Enza (RE), piazza IV Novembre, ore 18,00.

“Inventori di strade” sul Gazzettino Santilariese

“Inventori di strade” esordisce a S. Ilario: così titola Il Gazzettino Santilariese presentando le nostre mosse di avvio sul numero di marzo 2010,

Gazzettino su Inventori - marzo 2010

Il video del secondo incontro con Andrea Porcarelli

Sant’Ilario d’Enza, 10 aprile 2010: Identità della persona tra dimensione corporea e dimensione spirituale

Porcarelli 10.04.2010 from Inventori di Strade on Vimeo.