Sant’Ilario d’Enza, 2 ottobre 2010: Tra scienza e fede c’è amicizia.
Agnoli 02.10.2010 from Inventori di Strade on Vimeo.
Sant’Ilario d’Enza, 2 ottobre 2010: Tra scienza e fede c’è amicizia.
Agnoli 02.10.2010 from Inventori di Strade on Vimeo.
Ecco qui di seguito gli appuntamenti di Inventori di strade per l’ultimo trimestre 2010, su ciascuno dei quali ritorneremo a suo tempo:
Sulla strada “Stare dentro ai tempi nuovi”:
Sulla strada “Corpo che sono e corpo che ho”:
Altre strade:

Inventori di strade si avventura sulla nuova strada Stare dentro ai tempi nuovi incontrando Francesco Agnoli, giovane e affermato scrittore, giornalista e pubblicista, che tra l’altro collabora con alcuni quotidiani e periodici nazionali, tra cui Avvenire.
Il tema – “Tra scienza e fede c’è amicizia” – affronta una delle questioni nodali su cui è assolutamente necessario fare chiarezza e darsi idee forti per poter entrare in un confronto sereno e sincero con il mondo di oggi e in tal modo starci dentro “senza sterili nostalgie per il passato e al contrario con una forte capacità di comunicare nei linguaggi del presente e di anticipare il futuro” (Card. C. Ruini).
Tornano di estrema attualità le parole del nuovo Beato John Henry Newman, ricordate da Benedetto XVI nella solenne liturgia di domenica scorsa: «Voglio un laicato non arrogante, non precipitoso nei discorsi, non polemico, ma uomini che conoscono la propria religione […] che sanno cosa credono e cosa non credono, che conoscono il proprio credo così bene da dare conto di esso, che conoscono così bene la storia da poterlo difendere».
Tutti sono invitati a partecipare, nell’Oratorio San Giovanni Bosco in Sant’Ilario d’Enza (RE), piazza IV Novembre, sabato 2 ottobre 2010 – ore 17,00.
Afferma Benedetto XVI: “Un popolo che smette di sapere quale sia la propria verità, finisce perduto nei labirinti del tempo e della storia, privo di valori chiaramente definiti e senza grandi scopi chiaramente enunciati” [1].
È questo il tema della tumultuosa trasformazione dell’odierna società occidentale, caratterizzata da un “conflitto” tra la tradizione e il presente che pone in crisi ogni verità, fino alla perdita per la persona di un “centro” cui riferirsi ed in definitiva ad un profondo disagio nel vivere i tempi nuovi.
Il tema è ripreso dal cardinale Camillo Ruini che ricorda come il Santo Padre Giovanni Paolo II abbia a suo tempo indicato la strada per rovesciare la convinzione dell’irreversibilità del processo di secolarizzazione in atto e la conseguente tendenza ad una sorta di rassegnata passività. Osserva Ruini:
“Giovanni Paolo II portava dentro di sé una visione diversa, radicata nella sua esperienza personale, storica ed ecclesiale, nel suo modo di vivere e di intendere la fede come nella sua riflessione antropologica e teologica.
Egli pensava cioè che la secolarizzazione non fosse il destino inevitabile della modernità. Riteneva, anzi, che il suo punto culminante fosse ormai alle nostre spalle e che il grande compito della Chiesa oggi fosse l’evangelizzazione intesa in senso forte e pieno, come capacità di portare Cristo al centro della vita e della cultura e quindi anche del divenire della storia.
Questa era, per lui, la missione della Chiesa: perciò la Chiesa doveva, senza timori e fino in fondo, prendersi cura dell’uomo, nel concreto della sua esistenza e delle sue situazioni.
A tal fine doveva certamente stare dentro ai tempi nuovi, senza sterili nostalgie per il passato e al contrario con una forte capacità di comunicare nei linguaggi del presente e di anticipare il futuro. Ma doveva anche mantenere tutto lo spessore e la densità umana e popolare della sua fede e della sua pastorale, non ripudiando ma conservando e rinnovando le proprie ricchezze tradizionali e anche devozionali” [2].
Dopo Corpo che sono e corpo che ho, la nuova strada per gli Inventori percorrerà dunque questo tema – Stare dentro ai tempi nuovi – proponendo da un lato avvenimenti della recente storia europea nei quali già si è mostrata l’irrinunciabile esigenza per l’uomo – e per il cristiano in particolare – di stare dentro, al fine di salvare la propria identità per sé e per gli altri, e da un altro lato affrontando alcuni punti nodali di discussione con i relatori che man mano saranno invitati a portare il loro contributo.
Il primo appuntamento – su cui presto ritorneremo – sarà il prossimo 2 ottobre con Francesco Agnoli: “Fra scienza e fede c’è amicizia”.
[1] Incontro a Lisbona con il mondo della cultura, 12 maggio 2010.
[2] L’inatteso pontificato di Giovanni Paolo II, intervento all’incontro del Centro Universitario Cattolico in Roma, 18 maggio 2010.

Mercoledì 8 settembre 2010, in apertura della 38a Festa dei Giovani la parrocchia di Sant’Eulalia V. M. in Sant’Ilario d’Enza fa memoria di don Pietro Margini, parroco dal 1960 al 1990, in occasione del 50° anniversario del suo ingresso, avvenuto il 28 agosto 1960.
Questo il programma:
ore 19.00 – S. Messa presieduta da Padre José Noriega-Bastos, superiore dei Discípulos de los Corazones de Jesús y María – Madrid
ore 21.00 – Rappresentazione di “Luoghi, Tracce – Don Pietro Margini, parroco a Sant’Ilario 1960-1990”
La rappresentazione, partecipata e animata dagli stessi spettatori, si terrà a partire dal sagrato della chiesa parrocchiale e sarà replicata giovedì 9 settembre (con inizio però alle 20.30). L’ingresso è gratuito ma a motivo del limitato numero dei posti è necessaria l’iscrizione individuale. Ci si può rivolgere a:
Domenica 29 agosto, dopo le Messe parrocchiali, sarà possibile iscriversi presso gli incaricati presenti sul sagrato della chiesa.
Nel numero di maggio-giugno 2010 il periodico santilariese “Via Emilia” riporta a firma di Pietro Moggi una bella sintesi dei due incontri di Inventori di strade con Francesco Zappettini ed Emerico Labarile. Per leggere l’articolo clicca qui.
Ecco un altro degli interventi in Assemblea, pervenuto negli ultimi giorni.
La proposta culturale degli inventori di strade è molto interessante e valida, di buon livello che sarebbe bene conservare alto, oggi la tendenza ad abbassare le richieste culturali è troppo forte e ciò va a scapito della riflessione personale e della ginnastica mentale che tanto manca non solo alle nuove generazioni. Attenzione però al rischio opposto, cioè quello delle troppe proposte in tempo brevi, il buon cibo va gustato e assaporato con cura!
Propongo anche la possibilità di incontri con un gruppo (che fa capo a Lucio Guasti e al Pd), che ha affrontato il problema della politica oggi, intesa come “scuola di politica” non partitica anche se così potrebbe sembrare. Abbiamo già realizzato quattro incontri su vari temi che sono stati molto interessanti e utili. Potrebbe essere (in alcune occasioni), un momento comune di crescita per coloro che intendono mettere buona volontà e serietà, almeno a livello locale, nell’azione politica intesa come servizio alla comunità e buona pratica (RG).
Alcuni dei Soci protagonisti del dibattito nell’Assemblea straordinaria hanno inviato il testo del loro interventi, che qui pubblichiamo aprendo il confronto coi lettori.
Esprimo l’esigenza di creare dei gruppi di discussione fra di noi, perché il circolo non si riduca solo ad organizzatore di conferenze ma diventi anche esso stesso elaboratore di cultura. Per quanto riguarda la modalità di discussione nell’ambito del rapporto fra “visione di fede” e “visione moderna” dell’uomo e del mondo, sostengo l’esigenza di un approccio concreto (non troppo filosofico ma legato alle domande che la nostra esperienza di uomini moderni pone alla nostra fede e legato alle esigenze del dialogo con chi la pensa diversamente), che sia molto libero e aperto e che integri assieme diversi aspetti e punti di vista: teologico, scientifico, filosofico, storico, sociologico-culturale… Infatti il medesimo problema può richiedere competenze diverse. Poi mi sembra bello che la nostra attività di circolo culturale abbia delle ricadute pratiche nel paese in cui viviamo… Sto pensando a qualche proposta di carattere politico (non partitico); cioè vediamo una esigenza e proponiamo una iniziativa che possa andargli incontro (sempre per rimanere concreti). A questo riguardo sottolineo la modernità della nostra costituzione che per altro abbiamo nel nostro statuto e come sarebbe bello prenderla in mano. Mi pare un ottimo esempio di sintesi fra modernità e cultura cristiana (pur senza mai farci riferimento) (MZ).
Si vede che c’è stato tanto lavoro in questi mesi, lavoro fatto in modo serio. Io ho però un dubbio, che il Circolo sia nato vecchio. Naturalmente è NATO, e questo è prima di tutto un fatto importante. Però il bisogno attuale è quello di creare un circolo per noi dai 40 anni in su (tranne rare eccezioni, che rischi dopo qualche mese di diventare un bel luogo un po’ autoreferenziale) o piuttosto di fare qualcosa che introduca i GIOVANI alla cultura, una cultura non già altissima, fatta per chi ha già compiuto percorsi profondi e forti? Positivi i relatori selezionati finora, anche quelli prospettati per il prossimo futuro, ma i giovani che hanno bisogno sono quei pochi bravissimi che vengono, o anche tutti gli altri, che spesso trovano proposte di formazione piene di avvenimenti ai quali partecipare, anziché situazioni che li educhino ad ESSERE, per poi saper scegliere? Il mio forte dubbio è: questo tipo di percorsi, o sentieri che dir si voglia, è in grado di parlare loro, creando alla fine degli incontri un’occasione di dialogo che tolga loro la soggezione del momento, e consenta di partecipare in proprio ad un effettivo momento di scambio? Questo obbiettivo è realizzabile in un contesto come il Circolo, o effettivamente non ha la possibilità di rientrare negli scopi, almeno per ora? O forse, infine: ben venga l’attuale modo di procedere, ma non si perda la vitale necessità di creare una sezione finalizzata ai giovani. Ci vorrebbe il coraggio di correre il rischio di affidarla proprio a loro (MB).
Prima cosa: mi sembra che il Circolo abbia dimostrato di rispondere ad un bisogno reale del nostro ambiente. Seconda: condivido il parere di chi ha sottolineato l’esigenza di momenti di confronto e riesame tra i soci dopo gli incontri, per discutere e metabolizzare quanto ascoltato o vissuto. Terza: mi piace il tema individuato per il prossimo anno, ma ritengo necessari, prima degli incontri tematici, due approfondimenti: il primo dedicato ai processi in atto a scala globale, che vengono sintetizzati di solito col termine globalizzazione, che però è termine riempito di contenuti e significati troppo disomogenei per costituire una base chiara sulla quale innestare le analisi di singoli aspetti dei “nostri giorni”: il secondo dedicato alla situazione italiana. Se Dio vorrà, sono disponibile per almeno aiutare sull’impostazione dei due approfondimenti in questione (GB).
Restiamo in attesa degli altri contributi.

Probabilmente solo gli amanti del Basket sono venuti a conoscenza nei giorni scorsi della prematura scomparsa di Manute Bol, grande campione di pallacanestro. Ma forse anche a molti di questi sfugge che oltre il suo curriculum che parla di Washington, Golden State, Philadelphia, Miami, per un totale di 10 anni giocati nella NBA, e dietro la sua statura di 2,31 metri si celava un uomo innamorato di Dio e dei suoi fratelli sudanesi. Tutta la sua vita fu davvero spesa per il bene della sua terra i quasi sei milioni di dollari guadagnati in carriera sono finiti quasi tutti alla Ring True Foundation, nata per raccogliere fondi per i rifugiati sudanesi. Una volta venne multato di 25.000 dollari dalla sua squadra di allora, i Miami Heat, per aver perso due gare di preseason: il motivo era che si trovava a Washington per aiutare i dialoghi di pace tra i signori della guerra sudanese, che bombardavano i campi profughi a cui andava a far visita. Nel 2001 a Bol venne offerto un posto di ministro dello sport da parte del governo sudanese. Bol, che era cristiano, si rifiutò perché una delle pre-condizioni era la conversione all’Islam. Più tardi gli fu’ impedito di lasciare il paese dal governo sudanese, che lo ha accusava di sostenere la condotta cristiana dei ribelli Dinka. Il governo sudanese si rifiutatò di concedergli un visto di uscita, se non fosse tornato con più soldi. Fu aiutato a uscire da una raccolta fondi promossa dai suoi sponsor americani. Sei anni fa si era rotto il collo in un grave incidente d’auto. Negli Usa viveva modestamente, pagando i suoi conti tenendo discorsi o grazie agli aiuti dei suoi ex compagni di squadra, su tutti Chris Mullin. Finiti i soldi guadagnati col basket, Bol accettava qualsiasi trovata pubblicitaria pur di racimolare fondi da destinare al suo Sudan. Divenne il fantino più alto del mondo senza mai essere salito a cavallo e il più alto giocatore di hockey di sempre pur senza saper pattinare. Successe nel 2002, quando firmò un contratto di un solo giorno con gli Indianapolis Ice della Central Hockey League: la pubblicità generata dal suo ingaggio diede un’enorme boccata d’ossigeno ai conti della sua fondazione. Così come la sua apparizione sul ring nel Celebrity Boxing Show della Fox, trasmissione a cui aveva accettato di partecipare in modo che l’emittente mandasse in sovrimpressione il numero di telefono della sua fondazione. Stese in tre round l’ex giocatore di football William Perry. In Sudan ci era tornato anche in aprile, per tentare di combattere la corruzione e aiutare lo svolgimento di elezioni democratiche. “Il Sudan e il mondo hanno perso un vero uomo”. Sono rimasto affascinato e commosso da un uomo così straordinario (Gabriele Rossi).
Ieri sera, venerdì 4 giugno, nella gremita palestra dell’Oratorio San Giovanni Bosco in Sant’Ilario d’Enza (RE) ha avuto luogo la presentazione del “ritratto di don Pietro Margini”, una biografia redatta da Ludmiła Grygiel con il titolo Amor Tuus, amor fortis, Domine.
L’opera, per i tipi dell’editrice senese Cantagalli, è promossa dal Movimento Familiaris Consortio – che riconosce nel Sacerdote che è stato Parroco di Sant’Ilario dal 1960 al 1990 il suo Fondatore – e vede la luce in concomitanza con la celebrazione del 70° anniversario della sua ordinazione presbiterale.
Alla presenza del Vescovo ausiliare Mons. Lorenzo Ghizzoni, si sono succeduti a ricordare la figura di don Pietro alcuni relatori, mentre l’Autrice – studiosa di storia e saggista che ha al suo attivo diverse biografie di santi e personalità di rilievo del mondo cattolico – ha chiuso la serata con un intervento in cui ha sintetizzato le profonde impressioni personalmente riportate nel suo approccio a questo Sacerdote che ha senza dubbio segnato la storia di Sant’Ilario d’Enza e della diocesi di Reggio Emilia, apportando un ragguardevole prezioso contributo di cultura umana e cristiana.
«Il primo aspetto che mi ha colpito nella figura di don Pietro – ha detto tra l’altro la signora Grygiel – è il suo essere sacerdote (“sacerdote per sempre, sacerdote per tutti” – come ho scritto). Tutto quello che ha fatto e detto esprime la sua identità sacerdotale. Non considerava il suo sacerdozio un motivo di superiorità ma realizzava giorno per giorno la sua vocazione come un servizio totale per gli altri, per ogni persona che incontrava […] Considerava la propria identità sacerdotale con la stessa ammirazione, amore e timore con cui si tratta Dio – “timor Dei” -, così che chiamerei questo suo atteggiamento un “timor sacerdotii”. Per chiarire questo concetto, mi servo delle parole del sacerdote e poeta Jan Twardowski, che ha scritto: “ammiro il mio sacerdozio, ho timore del mio sacerdozio, davanti al mio sacerdozio mi inginocchio”. Un sacerdote che sta in ginocchio non copre Dio, ma è rivolto a Dio e lo indica agli altri. Forse in questo sta il segreto dello straordinario influsso di don Pietro sui fedeli: senza nulla imporre, entusiasmava con tutto il suo essere sacerdote e attirava a Dio».
Inventori di strade accoglie con gioia l’avvenimento, che viene ad aggiungersi alle altre iniziative già in atto con il comune obiettivo di tenere viva, in quanti appartengono al suo tempo ma anche nelle nuove generazioni, la memoria di don Pietro, “povero parroco di campagna” – come amava definirsi – ma in realtà grande padre spirituale, parroco e fondatore.

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