
Soli Deo Gloria – Rassegna musicale



Sabato 10 Novembre 2012 ore 16.30 Il circolo culturale INVENTORI DI STRADE propone l’incontro con Pietro Sarubbi l’attore che ha interpretato Barabba nel film di Mel Gibson “La Passione di Cristo”.
Può un uomo essere convertito da uno sguardo? È questa la semplice e commovente testimonianza di Pietro Sarubbi, interprete di Barabba nel celebre film di Mel Gibson, The Passion of the Christ. Proprio attraverso quel ruolo è iniziato il suo cammino verso Gesù.
Pietro Sarubbi è l ‘attore nel ruolo di Barabba nel film “La Passione di Cristo” di Mel Gibson, Usa 2004.
«Barabba non parla perché non ha più parole, ha urlato tutto il suo fiato per l’ingiustizia subìta. Barabba non è un ladrone, ma è un nobile discendente del capo degli Zeloti… è stato fatto prigioniero e torturato fino a essere trasformato in una bestia e come le bestie non ha parole, ma esprime tutto con gli occhi. Per questo ti ho scelto, per fare il mio Barabba. Dovrai apparire come una belva, ma in fondo ai tuoi occhi ci deve essere lo sguardo di un uomo onesto». Ricorda così, l’attore Pietro Sarubbi, le parole del regista Mel Gibson sul set de La Passione di Cristo.
All’artista che osava domandare una parte più corposa, almeno una qualche battuta da mettere in bocca all’uomo liberato al posto di Gesù, Gibson risponde di non domandare oltre. Sarubbi ha taciuto, com’era scritto nel copione. Nella pellicola ha portato solo il suo sguardo smarrito, incredulo e drammatico. Il volto rovinato, pesto. Di un poveraccio salvato da un innocente messo a morte. Come il personaggio che interpretava nel kolossal americano, così, in un certo senso, lo stesso Sarubbi è stato cambiato da un evento in cui apparentemente non ha avuto alcuna parte attiva.


Sabato 9 giugno 2012, lungo la strada “È il futuro che ci chiama”, gli Inventori hanno l’onore e il piacere di incontrare il prof. Stanisław Grygiel per una conversazione sul tema “Nel dialogo la salvezza dell’uomo“.
Il prof. Grygiel non ha certo bisogno di presentazioni. Ricordiamo soltanto che dopo essere stato a lungo in Polonia redattore del mensile cattolico Znak e professore di filosofia alla Pontificia Facoltà di Teologia di Cracovia, nel 1980 venne chiamato a Roma da Papa Giovanni Paolo II perchè partecipasse alla fondazione del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia presso l’Università Lateranense. Lì ha insegnato Antropologia filosofica fino a divenire professore emerito, ma non ha mai cessato la sua attività accademica, poiché è tuttora Direttore della Cattedra Karol Wojtyła presso lo stesso Istituto e tiene seminari e corsi non solo a Roma ma anche – in qualità di visiting professor – nelle sedi che l’Istituto ha in diverse parti del mondo, a cominciare dagli Stati Uniti, a Washington.
Un appuntamento dunque da non mancare:
sabato 9 giugno 2012 ore 16,30
sala alta dell’Oratorio S. Giovanni Bosco in Sant’Ilario d’Enza
aperto a tutti
Ecco la seconda parte del saggio del prof. Antonio Petrucci per Inventori di strade (la prima parte è stata pubblicata la settimana scorsa):
PARTE SECONDA
Degli uomini e degli dei
La tesi è che la filosofia contribuisca a distruggere la religione politeista, di cui mostra i limiti e “l’eccesso di umanità”, e apra così la strada al monoteismo (un solo dio).
Cominciamo con Senofane (VI sec. – V sec. a. C.), uno dei pre-socratici, spesso dimenticato dai professori di filosofia. C’è un lungo frammento, che cito interamente, per il suo significato.
“Gli Etiopi dicono che i loro dei sono camusi e neri, i Traci che sono cerulei di occhi e rossi di capelli. Ma se i buoi e i cavalli e i leoni avessero mani e potessero disegnare e fare ciò appunto che gli uomini fanno, i cavalli disegnerebbero figure di dei simili ai cavalli e i buoi ai buoi, e farebbero corpi forgiati così come ciascuno di loro è forgiato. Omero e Esiodo hanno attribuito agli dei tutto quanto presso gli uomini è oggetto di onta e di biasimo: rubare, fare adulterio e ingannarsi reciprocamente”.
Credo che il brano non abbia bisogno di commento. Il punto debole di una religione umana, troppo umana, era stata da Senofane colto perfettamente.
L’Intelligenza che governa le cose
La filosofia procede a rapidi passi – dall’acqua di Talete all’atomo di Democrito. (Atomo è parola greca: vuol dire “indivisibile” ed è l’ultima particella della materia, la sentinella del nulla.) Democrito è rigorosamente meccanicista: bastano gli atomi e il vuoto in cui si muovono per generare il mondo. Anassagora, invece, contrappone al meccanicismo di Democrito la intelligenza di una Mente divina (ed è la prima volta). E’ la Mente a trasformare il caos in cosmo. La filosofia pre-socratica, partita dalla fisica dei quattro elementi (terra, acqua, aria e fuoco), è arrivata all’atomo, ma anche all’intelligenza che governa le cose.
Protagora, però, il primo dei Sofisti, getta la spugna.
“Degli dei non sono in grado di sapere né se sono né se non sono né quali sono: molte sono infatti le difficoltà che si frappongono: la grande oscurità della cosa e la limitatezza della vita umana”.
Condannato per empietà, per le sue idee sugli dei, Protagora viene esiliato da Atene. Ma è più famoso il caso di Socrate, condannato per corruzione dei giovani (insegnava a ragionare!), ma anche perché non crede negli dei della città e vuole introdurre nuove divinità. Effettivamente, nel discorso che tiene in sua difesa (siamo nel 399 a.C.), Socrate non fa che parlare di un dio, Febo (Apollo), che gli avrebbe affidato una difficile missione, ma raramente lo chiama Febo – più spesso è il dio o addirittura dio. Fino alla frase finale, che porta a compimento uno straordinario discorso, tutto incentrato sulla coerenza del vivere, ma anche permeato dal senso della sacralità del vivere.
“È giunta l’ora di separarci. Voi per continuare a vivere, io per andare a morire. Ma cosa sia meglio, è oscuro a tutti, tranne che a dio”.
Un’immagine adeguata della divinità
Veniamo a Platone. E’ lui che riprende il discorso di Senofane e lo porta alle estreme conseguenze. Omero, Esiodo e i poeti tragici, dice Platone, danno un’immagine inadeguata, anzi scorretta, della divinità: presentano cioè gli dei come cause di mali, autori di malvagità, ma anche propensi alla metamorfosi e alla menzogna. Siamo nel libro II della Repubblica. Platone fissa dunque le leggi a cui i poeti si dovrebbero, nello Stato ideale, attenere. La prima è che la divinità, essendo buona, non può essere causa di male, ma solo di bene. (Per il male, occorrerà trovare “altra causa”.) La seconda legge vuole che la divinità, essendo perfetta, non possa mentire né trasformarsi in ciò che, comunque, uomo o animale, sarebbe meno perfetto di lei.
Nella Repubblica, che è dedicata al tema della giustizia, sia nell’uomo che nello Stato, Platone si limita a criticare i poeti. Ci sono altri dialoghi, però, in cui egli crea dei veri “miti alternativi” a quelli grossolani della tradizione religiosa. Zeus, ad es., diviene una figura positiva, se non addirittura paterna. Egli interviene a favore degli uomini che stanno per distruggersi, malgrado l’invenzione della tecnica, nel Protagora; per ristabilire la giustizia, nel Gorgia; e ancora, impietosito, per salvare gli uomini, spaccati a metà in un momento di collera, nel Simposio.
Anche all’aldilà, Platone ha dedicato miti bellissimi che servono a combattere la paura della morte e a darne, anzi, una rappresentazione positiva e serena (v. Fedone, Gorgia, Repubblica). Uno di questi miti conclude proprio la Repubblica, il dialogo dedicato al grande tema della giustizia. Qui viene descritto un inferno e un paradiso: entrambi, però, sono “provvisori”. Solo i tiranni e coloro che si sono macchiati di colpe altrettanto terribili non possono abbandonare l’inferno – la loro pena è eterna – mentre tutti gli altri (perfino i giusti e i filosofi) riprendono la via della terra.
Così, sotto l’influenza dei Misteri orfici e del pitagorismo, Platone apriva la strada al Cristianesimo.
L’esistenza di Dio
Aristotele (384 – 322 a.C.) ha dimostrato nella sua Metafisica l’esistenza di Dio, che è la Causa Prima, la Causa Finale, l’Atto Puro ecc., aprendo la strada alle “cinque vie” di S. Tommaso d’Aquino (o almeno a tre di esse). Per Aristotele, però, Dio è Pensiero, un’Intelligenza che pensa se stessa e che ignora il mondo. È un Dio allo specchio che non sa altro al di fuori di sé – il che è condizione della sua “felicità”. L’uomo può rendersi simile a Dio attraverso la vita teoretica cioè attraverso la conoscenza concettuale. Ma non può ottenere che Dio abbassi il suo sguardo verso di lui.
Siamo lontani dalla religione ebraica (nella quale Dio è persona, ama il mondo e soprattutto l’uomo e supera la sua trascendenza manifestandosi come “teofania”) e, soprattutto, da quella cristiana (nella quale Dio si fa uomo e accetta una morte infamante): ma bisogna riconoscere che la filosofia greca, con la sola forza della ragione, si è spinta molto avanti sulla strada del monoteismo. L’utilizzazione che i filosofi cristiani (sia durante la Patristica che durante la Scolastica) faranno dei pensatori greci non è stata dunque né casuale né arbitraria.

A corollario del suo apprezzato intervento del 20 aprile u.s., il prof. Antonio Petrucci ha preparato per Inventori di strade il breve ma denso saggio che qui pubblichiamo per la prima parte, rinviando la seconda tra una settimana:
PARTE PRIMA
La religione politeista
Che cosa è il politeismo antropomorfico? È una religione con molti dei (poli-teismo) di forma umana (antropo-morfo). Tale fu la religione dei Greci, al tempo di Omero e di Esiodo, dei miti sugli dei e sugli eroi.
Le dodici divinità principali vivevano sul monte Olimpo e passavano il tempo ad amare, a banchettare (con nettare e ambrosia) e a divertirsi (ognuno aveva i suoi svaghi preferiti). Quando si annoiavano, del resto, non esitavano a mescolarsi con gli uomini e a lasciarsi coinvolgere dalle passioni umane. Le avventure amorose di Zeus erano infinite e la terra era popolata da eroi suoi figli (il più famoso dei quali fu Eracle).
Oggi, a noi, questo pittoresco, folcloristico, teatrale, mondo di divinità ricorda una soap-opera con tutti gli intrighi, i matrimoni, i tradimenti, le gelosie, i divorzi, la rete di parentele di una post-moderna famiglia “allargata”.
Eppure, bene o male, il politeismo antropomorfico costituì un passo avanti verso il monoteismo rispetto alle precedenti religioni naturaliste o animiste – poiché aveva distinto dio dalla natura, lo aveva personalizzato e, infine aveva cercato di costituire una gerarchia fra divinità minori e maggiori, gerarchia che aveva il suo capo in Zeus.
La religione politeista aveva anche cercato di introdurre le categorie del bene e del male – insomma un’etica teologica – riuscendoci poco in verità. Le passioni umane erano troppo forti e gli dei non riuscivano a dare il buon esempio… Poiché alla fine non erano che uomini, nient’altro che uomini, col privilegio dell’immortalità e della giovinezza.
Anche la loro trascendenza era “minimalista”: non vivevano “nei cieli”, ma sulla terra, in cima ai monti o negli abissi del mare, perfino nel sottosuolo, dove ribolle la lava dell’Etna o passeggiano i morti.
I sacrifici umani
La religione politeista antropomorfica costituisce un passo avanti anche rispetto alle religioni totemiche, caratterizzate da divinità animali e da sacrifici umani. Due sono i miti da ricordare.
Il primo è quello di Teseo e del minotauro.
Racconta dunque il mito che c’era questo mostro – metà uomo e metà toro – concepito da Pasifae – che Minosse re di Creta aveva fatto rinchiudere in un labirinto appositamente costruito. Ogni nove anni gli Ateniesi dovevano mandare a Creta sette giovani e sette giovinette che, introdotti nel labirinto, servivano da pasto alla belva. Ma un giorno l’eroe Teseo decide di affrontare il minotauro. Con l’aiuto di Arianna, figlia di Minosse, riesce ad ucciderlo. I quattordici giovani vengono liberati. La schiavitù è finita. Teseo ha ucciso il minotauro e, forse, anche una religione cruenta. Senonché…
All’inizio sembra che qualcosa, nel mito, non funzioni come dovrebbe. Teseo, che è stato aiutato da Arianna, innamorata di lui, la porta con sé, ma poi l’abbandona (la dimentica?) su un’isola deserta, esponendola a morte certa. Ma arriva il dio Dioniso e fa di Arianna la sua compagna. Forse il mito allude alla nascita di un’altra religione (dopo quella dell’uomo-toro) – quella di Dioniso, il dio dell’ebrezza. Ma il politeismo è per sua natura un “sistema aperto” e un dio in più o in meno non fa crollare il “sistema”.
L’altro mito ci conduce all’inizio della guerra di Troia.
La flotta greca, che deve salpare per Troia, è bloccata da venti contrari. L’oracolo impone il sacrificio della giovane più bella e più nobile – e questa è proprio la figlia del re Agamennone, Ifigenia (pare che il re abbia ucciso un cervo sacro alla dea Artemide, ma questo sembra un motivo fiabesco più che mitico) In ogni caso Agamennone procede al sacrificio della figlia. Possiamo immaginare il suo strazio, ma la sacrifica, nell’interesse della collettività. Dieci anni dopo, i Greci riescono ad espugnare Troia. Al suo ritorno in patria, Agamennone viene ucciso da Egisto, amante di Clitennestra, madre di Ifigenia, che non ha perdonato al marito il sacrificio della figlia ed ha covato in cuore per dieci anni la vendetta terribile. A sua volta Oreste, figlio di Agamennone e di Clitennestra, per vendicare il padre, uccide la madre e l’amante di lei. A questo punto le Furie (simbolo della follia) inseguono Oreste, costringendolo a fuggire, e a vagare disperatamente, in cerca di un po’ di pace. Molti mali, dunque, anzi una catena maledetta di eventi, sono la conseguenza di quel sacrificio – il che potrebbe già essere un giudizio negativo. Poi si scopre che Ifigenia, al momento del sacrificio, era stata sostituita dalla dea Artemide con un cervo (o una cerbiatta) e promossa sacerdotessa. Bella conclusione, che dimostra come in fondo agli dei dell’Olimpo non piacessero molto i sacrifici umani.
Il destino domina su tutti
Hegel, il filosofo tedesco che scrisse, fra l’altro, una Filosofia della Religione, annovera la religione greca fra quelle spiritualiste accanto all’ebraismo – una religione caratterizzata da un rigoroso monoteismo. La cosa sembra un poco assurda, ma…
Ma c’è il fato che domina su tutti, uomini e dei – ed è forse lui, nella religione politeista, il vero Dio. Ananke, la Necessità, stringe tutto, la natura e la storia, nel suo invincibile abbraccio. E alla fine le Moire (la morte) colpiscono tutti senza fare eccezioni. Incredibilmente, gli dei possono ritardare gli eventi (il ritorno di Odisseo ad Itaca, ad es.), ma non evitare che accadano, se è destino che accadano. Per questo Zeus scuote il capo quando gli immortali cavalli da lui donati ad Achille piangono la morte di Patroclo. Non avrei mai dovuto donare degli immortali a un mortale, pensa Zeus. Anche lui, come tutti, deve piegare il capo di fronte alla Necessità.
Nuove esigenze
Col tempo, e con la disgregatrice opera svolta (come vedremo) dai filosofi, da Senofane a Platone, questa pittoresca religione si svuotò di significato. Nacquero allora i così detti Misteri eleusini e orfici. Se anche non erano collegati al dio Dioniso, ne condividevano però il significato profondo – un diverso senso del sacro e un diverso modo di mettersi in contatto con la divinità. Nei Misteri di Eleusi si onoravano Demetra e la figlia Persefone, prigioniera del dio Ade, simbolo della primavera che sempre ritorna, quindi della rinascita. C’era, però, ancora, il senso forte della divinità della natura. Nei Misteri orfici, invece, finisce per prevalere un’impostazione decisamente spiritualista: è fondamentale la teoria dell’anima e della reincarnazione che la costringe in un corpo. È una vera svolta culturale che influenzerà perfino la filosofia, soprattutto pitagorica e platonica. Così, se da un lato la filosofia aveva contribuito con la sua critica al tramonto della religione politeista, le nuove forme di religiosità, a loro volta, finiscono per influenzare la filosofia.

L’uomo e la ricerca di Dio è il sottotitolo con cui il nostro Relatore dà corpo al tema “Politeismo, monoteismo e filosofia“: la ricerca senza fine di Dio lungo i secoli della storia dell’uomo. Un sentiero estremamente avventuroso e apparentemente inattuale poichè il mondo d’oggi sembra rifiutare di metterci piede e semmai voltargli le spalle.
Antonio Petrucci, già docente di Filosofia presso l’Istituto Magistrale “Matilde di Canossa” di Reggio Emilia – ora Liceo “Canossa” – è autore di numerosi saggi filosofici e storici. Collaboratore di giornali e riviste, scrive tra l’altro su “La Libertà” – settimanale diocesano – e sul periodico “Via Emilia” – ben noto ai santilariesi. È membro del direttivo dell’Associazione “Amici del Canossa”.
Appuntamento dunque venerdì 20 aprile alle ore 21.00 nella sala alta del nuovo Oratorio San Giovanni Bosco in Sant’Ilario d’Enza, aperta a tutti.

Inventori di strade augura a tutti i suoi amici la gioia della Pasqua proponendo la meditazione di questo ricco testo di Jean Daniélou (J. Daniélou, La Résurrection, du Seuil, Paris 1969, 135-139 – ns. tr. it.).
Tutti gli anni le letture della Messa di Pasqua fanno risuonare l’invito che lo Spirito Santo rivolge a tutti i cristiani per bocca di Paolo: «Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio» (Col 3,1). Questa piccola frase contiene la più straordinaria delle affermazioni, poiché significa non solo che il Cristo è risuscitato, non solo che noi risusciteremo un giorno con Lui, ma che noi con il nostro battesimo già siamo risuscitati con Lui.
Tutto il mistero dell’esistenza cristiana sta in questa affermazione. In apparenza nulla è cambiato nella condizione umana, proprio quando la risurrezione di Cristo ha già compiuto la sua opera di trasfigurazione nel mondo nascosto delle anime, così che il cristiano non attende altro che la manifestazione di ciò che in lui è già sostanzialmente compiuto, tanto che san Paolo continua: «la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria».
[…] Non si tratta allora d’un semplice ritorno a una vita mortale ma del passaggio dalla condizione mortale, che è quella naturale, a una condizione immortale, che trascende ogni vita naturale, poiché è una misteriosa partecipazione alla vita divina. Questa immortalità […] è la vivificazione d’un essere mortale da parte delle energie divine che gli comunicano un’incorruttibilità soprannaturale e lo innalzano al di sopra della condizione mortale.
Proprio questo è il mistero cristiano della risurrezione. Di per sé la natura umana è votata alla morte, come ogni cosa che faccia parte della biosfera cui essa appartiene con il suo corpo di carne. Ma il Verbo di Dio che, sin dall’inizio, aveva chiamato la natura umana all’immortalità introducendola nel paradiso e destinandola a nutrirsi del frutto dell’albero di vita, viene a riprendersi questa natura che il peccato di Adamo aveva ridotto alla condizione mortale. Con la sua risurrezione, Egli le comunica la propria vita incorruttibile. Con la sua ascensione la esalta alla destra del Padre. E la sua umanità glorificata diventa il principio di risurrezione per ogni uomo in lui innestato con il battesimo.
La risurrezione significa allora l’esaltazione dell’umanità al disopra di sé nel mondo inaccessibile di Dio. È la buona novella per eccellenza, il meraviglioso destino cui l’amore del Padre ha chiamato l’umanità nel Figlio unigenito con il dono dello Spirito. È l’inaudita avventura con cui questi esseri di carne e di sangue che noi siamo, così vicini al mondo animale, sono immersi ancora viventi nella fiamma ardente della vita trinitaria, che distrugge tutto ciò che è mortale e comunica l’incorruttibilità: «affinché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita» (2Cor 5,4). E ciò non è possibile se non mediante questo gesto di Dio che, in Cristo, discende verso la nostra natura di carne e, dopo averla afferrata, la solleva al disopra di lei per condurla nelle profondità del Padre, «dove è Cristo, seduto alla destra di Dio».
La risurrezione di Cristo rappresenta così le primizie della nostra risurrezione. Con Cristo una parte della nostra umanità è già esaltata nelle profondità di Dio. Cristo è così – ci dice la lettera agli Ebrei – come un’ancora gettata non negli abissi del mare ma nelle altezze del cielo. Egli è il garante della nostra speranza, poiché questa speranza è già compiuta in Lui. Di più, il Cristo glorioso attira tutta l’umanità in virtù d’una misteriosa gravitazione […]: «E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12,32). Cristo, primogenito tra i morti, per primo ha fatto saltare i limiti dell’esistenza in cui eravamo rinchiusi come in una prigione. La scienza può ingrandire questa prigione ma non farcene uscire. Attraverso Cristo il nostro destino sfocia nell’infinito della vita di Dio.
Questa virtù della risurrezione di Cristo ci raggiunge per intero. Raggiungerà un giorno i nostri corpi morti, quando la sua scintilla verrà a toccarli, li rimetterà in piedi e li vivificherà d’una vita che non sarà più soltanto quella della carne e del sangue, ma lo Spirito incorruttibile che comunicherà ai nostri corpi mortali la sua incorruttibilità. Essa però ci raggiunge sin d’ora nelle nostre anime morte – morte a causa del peccato che ci privava della vita di Dio – viene a toccare le nostre anime morte e a suscitare in loro la vita dello Spirito, la vita dello Spirito Santo che converte le nostre intelligenze e i nostri cuori, li fortifica, li vivifica e li rende capaci di conoscere e di amare le cose divine attraverso una misteriosa partecipazione alla conoscenza e all’amore con cui Dio stesso si conosce e si ama.
L’Assemblea Ordinaria dei Soci di Inventori di strade riunita lo scorso 25 marzo, ha proceduto all’approvazione del bilancio d’esercizio 2011 ed al rinnovo del Consiglio Direttivo.
Di seguito un estratto del verbale dell’Assemblea:
“L’esercizio relativo all’anno 2011 si è chiuso con un risultato netto pari a € 1.089,68, formato dal saldo tra ricavi di € 2.465,18 e costi pari a € 1.375,50. Per quanto concerne i ricavi, hanno concorso in modo determinante le quote associative per € 2.080,00 […] Per quanto riguarda i costi, si evidenziano € 734,70 per competenze relatori (rimborsi spese e costi diversi), € 440,80 per imposta di bollo e/c, dominio web e acquisto libri […] La situazione patrimoniale si sintetizza in attività liquide pari a € 1.463,67 (di cui 109,43 disponibilità di cassa + 1.354,04 attivo di conto corrente) e in un pari capitale netto (utile anni precedenti € 373,79 e utile d’esercizio 2011 € 1089,68, rinviato a nuovo)”.
“Il Presidente, dopo aver ringraziato i membri uscenti per il loro contributo, comunica che si è per tempo provveduto alla raccolta delle candidature al nuovo Consiglio Direttivo che resterà in carica per il biennio 2012-2013. Chiede all’Assemblea se ve ne siano di nuove e, dopo riscontro negativo, dichiarata chiusa la lista la sottopone al voto per scrutinio segreto […] risultano eletti consiglieri i soci: Bruno Barilli, Francesco Bigliardi, Rita Donati, Licia Ferrari, Giuliana Menozzi, Carlo Micucci, Vittorio Moggi, Maria Grazia Scarabelli, Agnese Tirabassi e Massimiliano Zanichelli. A norma dell’art. 8 dello Statuto, l’undicesimo consigliere sarà designato dal Presidente Onorario”.
Premesso che l’undicesimo Consigliere di cui sopra è Massimo Strozzi, il nuovo Consiglio Direttivo riunitosi il 3 aprile u.s. ha proceduto alla nomina delle cariche sociali: Presidente Licia Ferrari (conferma), Vice Presidente Bruno Barilli, Segretario Maria Grazia Scarabelli, la quale ultima è confermata nella funzione di Tesoriere.
Il Consiglio ha provveduto altresì all’indicazione di alcuni dei responsabili di “funzioni” e di “settori”, per il cui quadro si rimanda a cliccare su “chi siamo”.
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