13/11/2010 – “Ti ho chiamato figlio. Essere genitori senza restrizioni” con Antonio Fatigati (1)

Sabato 13 novembre Inventori di strade incontra Antonio Fatigati, Presidente della onlus Genitori si diventa“, nata a livello nazionale nel 1999 per iniziativa di alcune famiglie adottive che avvertivano la necessità di dare vita ad una associazione di volontariato che si ponesse l’obiettivo di intervenire in aiuto alle coppie che intendevano diventare genitori adottivi o che, avendo già dei figli, vivevano l’esigenza di approfondire i temi dell’essere genitori.

In preparazione dell’incontro – che si colloca sul sentiero “Intercultura” – proponiamo un breve testo sull’accoglienza familiare, cui farà seguito a breve una nota contenente alcuni chiarimenti in merito ai due istituti dell’affido e dell’adozione.

L’accoglienza familiare

Stavano presso la croce di Gesù sua madre la sorella di sua madre Maria di Cleofa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio”, poi disse al discepolo: “Ecco tua madre” e da quel momento il discepolo la accolse nella sua casa (Gv 19,25-26).

Per accogliere un bambino in casa propria, sia con l’affido familiare che con l’adozione, non occorre avere doti particolari o addirittura superiori alla norma. Ognuno di noi possiede una naturale tendenza ad accogliere, proteggere i più piccoli: prendersi cura di un bambino è in realtà una risposta primordiale al nostro senso di comune appartenenza alla specie umana.

Un figlio adottato o in affido porta tuttavia la sua storia, il sangue di qualcun’altro che ci è estraneo e che, nella maggior parte dei casi, sta attraversando un periodo ai limiti di quanto consideriamo socialmente accettabile e che, nel caso dell’affido continua a coinvolgere la vita del bambino. Se però ci soffermiamo sul concetto di paternità, maternità e lo allacciamo alla nostra storia personale di figli e figlie che hanno compiuto il loro cammino nella vita grazie all’educazione ricevuta, e nonostante essa, scopriamo che quello che siamo ora non è solo frutto della nostra educazione, o il risultato di azioni compiute dai nostri antenati, né siamo stati determinati inevitabilmente dalla nostra genetica. Scopriamo che tutti i nostri figli, biologici, adottivi, in affido, hanno la loro propria libertà e individualità: in poche parole, per dirla con Tagore: non sono nostri figli, nel senso che non ci appartengono! Siamo loro compagni di viaggio, più esperti, prodighi di consigli e di amore per loro, ma non potremo mai determinare il loro successo o insuccesso nella vita eludendo la loro libertà di essere felici. Quello che ci è chiesto, come genitori biologici, adottivi o affidatari è quello di sostenere e amare: in poche parole: permettere ai figli di crescere.

Il rito cattolico del matrimonio contiene in sé una formula che invita ogni genitore ad avere questa visuale nei confronti dei propri figli quando pone la domanda: “Siete disposti ad accogliere con amore i figli che Dio vorrà donarvi?”, sottolineando così che la paternità e la maternità sussistono in quanto conseguenza di un dono e che i nostri figli, in fondo, non ci appartengono.

Spesso però, l’accompagnare un figlio per questa strada, significa fare i conti con lui con la sua propria storia. Nel caso dell’affido ciò si traduce nel rapporto con la sua famiglia di origine. Gli incontri che avvengono a scadenza periodica spesso sono come un brusco risveglio, un ritorno ad una realtà di sofferenza, un ridestare nell’animo del figlio ricordi, emozioni, sentimenti spiacevoli e dolorosi. Più che affiancare il figlio, in questi momenti, si diventa un po’ Cirenei: si sostiene la sua croce, visto che non possiamo portarla al suo posto…

Nell’adozione, non è previsto alcun contatto con le origini. Non è possibile però fare “finta di niente”, vivere la propria vita familiare come se il figlio adottato non avesse radici più o meno consapevolmente altrove. Occorre scavare queste radici, valorizzarle e ricercarle, nei modi e nei tempi più indicati, perché sta nella loro accettazione e accoglienza, da parte del figlio l’energia che gli permetterà  di diventare adulto. Alla famiglia allora è richiesta una formazione specifica su questi temi, ma ancor più diventa indispensabile creare una rete che la sostenga, nella quale ci sia la possibilità di incontrare, condividere, riflettere, rielaborare esperienze, creare legami di sostegno con altre famiglie che camminano sulla stessa strada.